Difesa Personale Femminile: mito e realtà
Come per “Arti Marziali Tradizionali” anche le parole “Difesa Personale Femminile” sono diventate un brand commerciale di successo, con la creazione di business redditizi basati sulla promessa di soluzioni semplici (le tecniche) alle legittime premure di chi vorrebbe essere in grado di tutelare l’incolumità propria e dei propri cari.
La realtà è che la “Difesa Personale” è un problema complesso e che, come tutti i problemi complessi, non ha soluzioni semplici.
Il primo aspetto da chiarire è l’importanza del contesto o del “modello di minaccia“. La “Difesa Personale” infatti non può essere una ricetta uguale per tutti: le tipologie di minacce che può dover affrontare una donna sono in gran parte diverse da quelle che può dover affrontare un uomo; le tipologie di minacce che possono presentarsi a chi vive in zone degradate della città sono diverse da quelle in cui potrebbe incappare chi vive in quartieri più tranquilli; le minacce possono variare a seconda del lavoro che si fa o dei posti che abitualmente si visitano. Il primo step è quindi capire cosa, esattamente, vogliamo essere in grado di gestire e indirizzare il nostro lavoro in quella direzione.
Il secondo grande equivoco nell’ambito della “Difesa Personale” è pensare che essa consista esclusivamente nel momento fisico dello scontro con l’aggressore. In realtà questo momento è solo uno degli ultimi elementi di una catena di step da intraprendere per tutelare la propria e l’altrui incolumità. Il ruolo dello scontro fisico nella “Difesa Personale” sta alla nostra incolumità come l’Air Bag sta alla nostra vita in un incidente d’auto. E’ qualcosa che forse può salvarci ma è anche una soluzione estrema: nessuno (si spera) lancerà mai la propria auto contro un muro solo perché è confidente nel proprio Air Bag.
La “Difesa Personale Femminile” in realtà è una catena fatta di diversi anelli (capacità) che precedono (al fine di evitare) quello dello scontro fisico. Tra questi abbiamo:
a) la consapevolezza: di sé, degli altri, dell’ambiente
b) l’istinto: la capacità di prevedere in anticipo, e quindi evitare, situazioni pericolose
c) l’assertività: la capacità di erigere dei confini (non solo fisici ma anche psicologici ed emotivi), attraverso il linguaggio del corpo, l’uso della voce, lo sguardo;
d) la persuasione e la dissuasione: la capacità di de-escalare le situazioni critiche prima che possano degenerare, attraverso un atteggiamento tranquillizzante o intimidente
Lavorando con cura su questi anelli molte situazioni che altrimenti degenererebbero in uno scontro fisico, possono essere evitate e neutralizzate, conseguendo in pieno quello che è l’unico vero obiettivo della “Difesa Personale”, ossia la protezione (fisica, psicologica ed emotiva), nostra e dei nostri cari.
Se questi anelli non sono stati sufficienti entrano in gioco gli ultimi due:
e) la fuga
f) lo scontro
Fatte le dovute eccezioni, in tema di “Difesa Personale Femminile” la capacità di allontanarsi dal pericolo è sempre l’opzione da preferire rispetto allo scontro: forse per alcuni risulterà doloroso per l’orgoglio, ma è un prezzo accettabile se pensiamo che ci consentirà di tornare dai nostri cari e alla nostra vita.
Il momento dello scontro entra in gioco quando tutte le altre opzioni sono fallite (o magari non hanno avuto il tempo di palesarsi).
La preparazione allo scontro, nell’ambito della “Difesa Personale”, deve prendere in considerazioni elementi specifici quali:
– la confidenza con la sensazione fisica dello stress, dell’adrenalina e della paura
– l’attitudine mentale a gestire paura e dolore, canalizzandoli in energia aggressiva piuttosto che in attitudine remissiva
– l’isolamento e l’allenamento di poche tecniche elementari e di semplice esecuzione, in grado di veicolare al massimo grado la potenza a nostra disposizione in momenti di stress
– la ferma determinazione a sopravvivere a tutti costi
Per concludere questo brevissimo excursus su quelli che possono essere i fraintendimenti più comuni circa la “Difesa Personale Femminile”, occorre precisare un ultimo elemento. La conclusione della fase di scontro non implica necessariamente che il nostro aggressore giaccia svenuto sul pavimento: la cosa più probabile sarà invece, se lo “scontro” è andato a nostro favore, che l’aggressore sia stato neutralizzato temporaneamente: è questo il momento per ritornare al punto precedente, “la fuga”, e allontanarci dalla situazione di pericolo, chiedendo soccorso.
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